Rocco e Marittimo di Vincenzo Todisco

recensione di Daniele Dell’Agnola [http://storiesuoni.wordpress.com]

pubblicata sul quotidiano La Regione Ticino, cultura e spettacoli, giovedì 24 novembre 2011.

<<“Tschingga” (sporco italiano, zingaro, negro, mangia spaghetti)>>

È il 1965. Irvando e Santina Tarantino partono per la Svizzera. Sul treno, zeppo di migranti provenienti dal Sud Italia, la bellissima Santina partorisce un bimbo che sarà chiamato Marittimo. Qualche carrozza più in là è nato Rocco. Sul “treno della speranza” si festeggia il doppio evento. Nella babele dei dialetti, i neonati vengono alzati al cielo come trofei e alla fine scambiati sotto gli occhi di un prete che è solito accompagnare questa gente fino a Zurigo. Nel caos Don Curte cerca inutilmente di urlare l’accaduto, ma nessuno gli dà ascolto. Il fatto diventa memorabile e prende vita un racconto malinconico, a tratti divertente e molto attuale. Rocco e Marittimo, l’ultimo romanzo di Vincenzo Todisco, è una storia nella quale si recupera il senso della parola e l’importanza di narrare il travaglio di migliaia di immigrati che negli anni Sessanta e Settanta sono venuti in Svizzera per lavorare, costruire, migliorarsi: “Erano anni duri. Gli emigranti sentivano parlare di uno che si chiamava Schwarzenbach e che li voleva mandare via. Questo succedeva perché i Gastarbeiter erano troppi. Li avevano chiamati a lavorare, ma poi erano diventati troppi. E da quell’essere troppi era venuta fuori la paura della Überfremdung, il sospetto che quei poveracci avessero potuto cambiare il volto del paese. Erano diventati un problema.”(p.180)
Nel racconto Marittimo e Rocco sono due bambini che giocano a calcio, si ribellano all’Herrlehrer incattivito e a chi in modo spregiativo li chiama “Spaghettifresser” o “Tschingga” (sporco italiano, zingaro, negro, mangia spaghetti). Todisco rende la trama frizzante grazie all'infanzia vivace dei due personaggi. “Una volta (a Marittimo) gli si gonfiò il pisello. Era diventato tutto rosso e gli procurava un prurito da dovergli tenere le mani altrimenti se lo sarebbe grattato fino al sangue.” (p.122)
La struttura del romanzo è data dall’incontro di più voci narranti, raccoltesi attorno ad un letto d’ospedale sul quale giace lo scalatore Rocco, ormai adulto e ridotto male. La camera d’ospedale è un palco sul quale raccontare le vite di Rocco e Marittimo: il primo ribelle, violento, bisognoso, il secondo aperto come quando il mare calmo e si sente un pianoforte che suona in una hale di un grande albergo vuoto.
Marittimo ha uno zio girovago di nome Leopardo che cerca l'infinito nella narrazione. Combatte una perenne battaglia contro il Talicubra, mostro simbolico della vita. È proprio lo zio, il motociclista anarchico, che cerca per tutta la vita un palco per tramandare la memoria di un'intera generazione di migranti.
“Erano andati in treno fino a Coira, la prima volta in città. L’Herrlehrer li aveva portati al museo a vedere gli animali imbalsamati. Al ritorno, andando verso la stazione, c’era da attraversare la strada. Si fermarono davanti a un semaforo. […]E in mezzo a loro c’era una passante anziano che senza motivo di avvicinò a Marittino e gli disse “houra Tschingg”, bastardo di un italiano. Glielo disse senza alzare la voce, senza togliere lo sguardo dalla strada, senza un gesto.” (p.156)
“Rocco e Marittimo” è attuale, delicato e potente perché il mondo orizzontale del sud è contrapposto al mondo verticale del nord, della Svizzera, dell’Engadina, delle scalate sulle pareti della Bregaglia. Tale miscela rende fortemente Umana la storia di Todisco. Rocco e Marittimo non è soltanto un romanzo.

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