Teleticino – Piazza del Corriere – martedì 31 gennaio 2012

COMUNICATO

Varini, Martignoni, Pizzagalli e Dell'Agnola ospiti a "Piazza del Corriere", Teleticino

- Marco Varini, oncologo,
- Graziano Martignoni, psichiatra,
- Daniela Pizzagalli, psicologa e scrittrice,
- Daniele Dell’Agnola, docente e scrittore,

partecipano alla trasmissione “Piazza del Corriere” che andrà in onda su TeleTicino martedì 31 gennaio 2012 dalle 20.45 alle 21.45.

Il dibattito sarà dedicato al tema della “speranza”. La discussione verrà introdotta da una breve testimonianza. A partire dal contesto della speranza di guarigione, quindi legata alla malattia, si aprirà una discussione allargando il punto di vista verso altre dimensioni, toccando il concetto di speranza su diversi piani: culturale, sociale… Si vorranno mettere in luce le molteplici sfaccettature dell’argomento. La trasmissione sarà condotta da Giancarlo Dillena.

Jhonny Lastampella non era furbo

Riflessione dopo la lettura di Paolo Crepet, L’autorità perduta e Valentina Colombani, Borderline

Tratto da “Corriere del Ticino”, sabato 14 gennaio 2012.

di Daniele Dell’Agnola, insegnante, scrittore

Anni fa, valutando Jhonny Lastampella, uno studente delle scuole superiori che aveva svolto un breve lavoro di ricerca, scoprii due episodi di copiatura. Interi paragrafi erano tratti da blog e siti internet poco attendibili. L’autorevolezza della fonte era a dir poco discutibile: in questi blog scrive chiunque, si possono leggere riassunti di libri magari a loro volta scaricati altrove, senza alcun riferimento bibliografico. Sappiamo bene che internet è un ricco mare di informazioni, saper distinguere la qualità non è sempre facile, ma nel caso dello studente, si era impostato un intero semestre sul metodo di lavoro, sulla scelta delle fonti, sulla verifica e confronto dei dati. Nel caso dello studente Jhonny Lastampella, mi sembrò grave il fatto che ci fosse un evento di copiatura così mascherato: non c’era alcun riferimento bibliografico, nessuna nota che potesse indicare i siti consultati e, soprattutto, il testo copiato non era indicato tra virgolette. In questo modo il docente o il lettore aveva l’impressione che quella fosse una riflessione originale di Jhonny, scritta con fatica e onestà intellettuale.

Scrissi allora una email al ragazzo (maggiorenne), indicandogli la lacuna e chiedendo spiegazioni. La risposta fu immediata: “Sore io non ho copiato un bel niente, ho letto dai siti, ma ho riscritto con mie parole. Quindi il mio lavoro va bene.”

Di fronte all’evidenza, Jhonny negò. E nemmeno si rendeva conto del fatto che, se avesse riscritto “con sue parole”, avrebbe pure dovuto citare i riferimenti ai siti e dimostrarne l’attendibilità. Nel caso dei blog di Yahoo è difficile, soprattutto se il tema è Dal Golem all’intelligenza artificiale. Riflessione a partire da testi scritti da Primo Levi.

Parlo di questo episodio che ritengo ormai archiviato e superato anche emotivamente. Non fu facile, per me, assegnare un voto insufficiente a Lastampella, che pure mi sembrava molto intelligente. E simpatico. Un simpatico leader. Ma un poco arrogante con i compagni. La sua aggressività nella risposta fu confermata da una telefonata dei genitori, i signori Lastampella, che mi segnalarono l’indiscutibile onestà del figlio, oltre alla dubbia necessità, in una scuola superiore tecnica, di tenere un corso di comunicazione e italiano, dal momento che gli studenti hanno alle spalle una maturità professionale e “l’italiano ormai l’hanno imparato”.

Questi casi fortunatamente sono da leggere nel loro contesto: molti studenti sono brillanti e meritano un futuro di successi. Alcuni, però, “ci tentano”, come si sente dire nelle aule-docenti. Ebbene, non è un problema, se “ci tentano”. È normale che accada. Non è un problema se, “tentandoci”, incontrano adulti in grado di comunicare, ma anche di sanzionare, di dimostrare loro che non tutto è permesso, che ci sono delle regole e che crescere è faticoso, che le strade facili, prima o poi, presentano dei conti da saldare. Lastampella risultò insufficiente.

Paolo Crepet ha pubblicato da poco un libro dal titolo L’autorità perduta (Einaudi, Torino 2011). La realtà è quella italiana, in cui la scuola pubblica è in affanno. Ma ci sono dei tratti evidentemente comuni con la nostra società: “un tempo, quando un insegnante passava per una pubblica via, veniva salutato con deferenza dai genitori dei suoi allievi, rappresentava una risorsa straordinaria per il riscatto economico e culturale di molte famiglie. Altro che insulti.” Così scrive Crepet. “Per mio padre e mia madre l’insegnante aveva sempre ragione, anche quando era severo e punitivo […] Non si discuteva mai il giudizio di chi valutava la nostra preparazione e la nostra condotta. È pur vero che in quel modo si giustificavano anche i docenti patologici, quelli sadici, incapaci di dialogare, però almeno era una regola chiara.”

Mi dirà che il mondo è dei furbi? Forse sì, ma essere furbi non è sufficiente.

Il problema è che oggi l’insegnante deve mettersi in discussione sempre e profondamente, ogni giorno. Al punto che nel caso della ricerca di Jhonny Lastampella ci si sente disarmati. Non è esistita, in quel caso, l’alleanza educativa fondamentale tra docente e famiglia, cioè tra l’istituzione che deve educare al rispetto e alla curiosità nei confronti del sapere, della cultura e dell’altro, e gli adulti che tracciano una via a chi sta crescendo. L’analisi di Crepet mi sembra lucida, anche se, a tratti, nel libro emergono delle apparenti contraddizioni nelle argomentazioni (che non ho tempo di approfondire), forse frutto della complessità del mondo in cui viviamo. È preoccupante il fatto che, scrive l’autore, “la famiglia di un professionista non garantisce più migliori modelli educativi rispetto a quella che vive nel degrado sociale. Gran parte degli espisodi di cronaca con protagonisti adolescenti o giovani, compresi i più raccapriccianti, nascono nella società privilegiata. Lo aveva detto profeticamente Pier Paolo Pasolini all’epoca del delitto del Circeo, ma nessuno lo aveva ascoltato.”

È un bene che Crepet precisi, ad un certo punto, che “la questione educativa non può essere trattata come una partita di giro fra ragionieri e burocrati. Di fronte a quadro così degradato, non si può sempre rispondere che gli enti enti locali sono vuoti […] e che dunque la rete dei servizi all’infanzia e all’adolescenza dev’essere decapitata. È come gettare Napalm sul futuro.” È meno opportuno che Crepet ritenga la scuola un servizio e non un’istituzione. I signori Lastampella dovrebbero rifletterci, anche se ciò non toglie che essere genitore, oggi, dev’essere davvero difficile! Ma anche Jhonny, lo sa, che crescere è faticoso…

È il 28 dicembre 2011. Un minuto dopo aver chiuso il libro di Crepet, bussa alla mia porta un’amica, educatrice. Mi regala Borderline di Valentina Colombani (Einaudi, Torino 2004.). Un caso. O forse i libri aprono porte e finestre di rilettura del mondo.

Siamo quello che leggiamo di Aidan Chambers

<<La sovversione e la pace nei libri>>

recensione di Daniele Dell’Agnola, insegnante, scrittore [http://storiesuoni.wordpress.com]

Recensione apparsa sul quotidiano La Regione Ticino, cultura e spettacoli, 20 ottobre 2011 [quotidiano "La Regione Ticino" - cultura e spettacoli - ottobre 2011]

I libri sono le arterie nelle quali scorre la coscienza dell’umanità. Aidan Chambers, nel suo recente libro Siamo quello che leggiamo (Equilibri, Modena 2011) ci spiega che « in ogni lingua e in ogni parte del mondo, la Narrazione è la grammatica fondamentale di ogni forma di pensiero e di comunicazione » (p.130) perché l’atto nel narrare permette di creare, ricreare mondi, prolungarli, consegnando significati, interpretazioni, letture diverse della dimensione reale che viviamo. « La letteratura è ciò che ci permette di diventare mille persone diverse pur rimanendo noi stessi » (p.114). Il poeta svizzero di lingua italiana Giorgio Orelli direbbe che « un poeta si muove entro un mondo di trasformazioni che non lo lasciano in pace» .

Ironia, paradosso, ambiguità, una, nessuna, centomila sfumature popolano la molteplicità dei significati della letteratura che può assumere funzione pacificatoria oppure sovversiva. A volte può accadere, certo, di leggere dei libri che sfidano i nostri pregiudizi, « le nostre radicate abitudini, il nostro compiacimento » (p.68). Basti pensare, ad Huckleberry Finn di Marc Twain, bandito da qualche biblioteca e da alcune scuole per la sua « carica eversiva contro la morale comune » (p.69): un libro pieno di parolacce e sgrammaticature. Oggi sappiamo bene che non si tratta di ‘letteratura’ della domenica.

I libri risvegliano la coscienza come nel Montag di Farenheit 451 e la lettura, specialmente quella ad alta voce, « recupera la familiarità con il suono delle parole » (p.78). Tale familiarità porta ricchezza, capacità di leggere anche il mondo reale, competenza nell’argomentare, difendersi con eleganza, armonia, melodia: con la parola giusta.

Ci sono statistiche spaventose, come quelle riportate da Maryanne Wolf in Proust e il calamaro, Storia e scienza del cervello che legge (Vita e Pensiero, 2009, p.25), riferite ad un’indagine svolta in California: sembra che ci siano bambini ‘linguisticamente poveri’ che ascoltano mediamente 32 milioni di parole in meno, rispetto a coloro che crescono in un ambiente familiare favorevole, dove sia possibile leggere, ascoltare storie, comunicare con l’adulto aldilà delle frasi ‘utilitarie’. I bambini poveri nell’uso delle parole saranno adulti molto meno capaci di approfondire un argomento perché non avranno gli strumenti linguistici, le parole giuste per esprimere quei pensieri. Saranno persone più facilmente controllabili, direbbe Ray Bradbury.

Aidan Chambers ci spiega com’è possibile aprire l’orizzonte ai potenziali lettori: un bambino deve aver a disposizione tanti libri, potendoli selezionare aiutato da lettori appassionati e competenti. Un bambino deve godere dello spazio adatto, dei silenzi, dell’ambiente, dei tempi per leggere e cercare il piacere, quel senso di gratificazione che potrà germogliare da collegamenti tra le storie lette e le esperienze della vita. Ci sono libri che toccano i nostri « nervi scoperti ». Quando accade, tale gratificazione si proietta sul bisogno di comunicare con gli altri ciò che si è vissuto e nasce quindi il momento dedicato alla ‘risposta’, allo scambio che rilancerà una nuova selezione libraria.

Chi è capace di condurre bambini e adolescenti sul sentiero della lettura, è in grado di suggerire dei testi che formeranno una sorta di albero genealogico, un reticolato di collegamenti stimolanti. Chi è capace, nella dimensione comunicante del terzo millennio, di ‘possedere’ le parole, può scegliere il proprio personale tracciato e per ribellarsi laddove è necessario. Chi ‘sa possedere’, nel mondo dell’utilità e degli utili, il tempo per leggere cose inutili, è ricco.

Rocco e Marittimo di Vincenzo Todisco

recensione di Daniele Dell’Agnola [http://storiesuoni.wordpress.com]

pubblicata sul quotidiano La Regione Ticino, cultura e spettacoli, giovedì 24 novembre 2011.

<<“Tschingga” (sporco italiano, zingaro, negro, mangia spaghetti)>>

È il 1965. Irvando e Santina Tarantino partono per la Svizzera. Sul treno, zeppo di migranti provenienti dal Sud Italia, la bellissima Santina partorisce un bimbo che sarà chiamato Marittimo. Qualche carrozza più in là è nato Rocco. Sul “treno della speranza” si festeggia il doppio evento. Nella babele dei dialetti, i neonati vengono alzati al cielo come trofei e alla fine scambiati sotto gli occhi di un prete che è solito accompagnare questa gente fino a Zurigo. Nel caos Don Curte cerca inutilmente di urlare l’accaduto, ma nessuno gli dà ascolto. Il fatto diventa memorabile e prende vita un racconto malinconico, a tratti divertente e molto attuale. Rocco e Marittimo, l’ultimo romanzo di Vincenzo Todisco, è una storia nella quale si recupera il senso della parola e l’importanza di narrare il travaglio di migliaia di immigrati che negli anni Sessanta e Settanta sono venuti in Svizzera per lavorare, costruire, migliorarsi: “Erano anni duri. Gli emigranti sentivano parlare di uno che si chiamava Schwarzenbach e che li voleva mandare via. Questo succedeva perché i Gastarbeiter erano troppi. Li avevano chiamati a lavorare, ma poi erano diventati troppi. E da quell’essere troppi era venuta fuori la paura della Überfremdung, il sospetto che quei poveracci avessero potuto cambiare il volto del paese. Erano diventati un problema.”(p.180)
Nel racconto Marittimo e Rocco sono due bambini che giocano a calcio, si ribellano all’Herrlehrer incattivito e a chi in modo spregiativo li chiama “Spaghettifresser” o “Tschingga” (sporco italiano, zingaro, negro, mangia spaghetti). Todisco rende la trama frizzante grazie all'infanzia vivace dei due personaggi. “Una volta (a Marittimo) gli si gonfiò il pisello. Era diventato tutto rosso e gli procurava un prurito da dovergli tenere le mani altrimenti se lo sarebbe grattato fino al sangue.” (p.122)
La struttura del romanzo è data dall’incontro di più voci narranti, raccoltesi attorno ad un letto d’ospedale sul quale giace lo scalatore Rocco, ormai adulto e ridotto male. La camera d’ospedale è un palco sul quale raccontare le vite di Rocco e Marittimo: il primo ribelle, violento, bisognoso, il secondo aperto come quando il mare calmo e si sente un pianoforte che suona in una hale di un grande albergo vuoto.
Marittimo ha uno zio girovago di nome Leopardo che cerca l'infinito nella narrazione. Combatte una perenne battaglia contro il Talicubra, mostro simbolico della vita. È proprio lo zio, il motociclista anarchico, che cerca per tutta la vita un palco per tramandare la memoria di un'intera generazione di migranti.
“Erano andati in treno fino a Coira, la prima volta in città. L’Herrlehrer li aveva portati al museo a vedere gli animali imbalsamati. Al ritorno, andando verso la stazione, c’era da attraversare la strada. Si fermarono davanti a un semaforo. […]E in mezzo a loro c’era una passante anziano che senza motivo di avvicinò a Marittino e gli disse “houra Tschingg”, bastardo di un italiano. Glielo disse senza alzare la voce, senza togliere lo sguardo dalla strada, senza un gesto.” (p.156)
“Rocco e Marittimo” è attuale, delicato e potente perché il mondo orizzontale del sud è contrapposto al mondo verticale del nord, della Svizzera, dell’Engadina, delle scalate sulle pareti della Bregaglia. Tale miscela rende fortemente Umana la storia di Todisco. Rocco e Marittimo non è soltanto un romanzo.

RISPETTO DELL’ALTRO TRA SCUOLA E SOCIETÀ

(Intanto oggi, domenica 9 ottobre, esce il Mattino BIS: http://info.rsi.ch/home/channels/informazione/info_on_line/2011/10/10–Lanti-Mattino-della-domenica-E-)

…ah ah ah…

un'immagine utilizzata nell'ora di classe per discutere sulla diversità

di Daniele Dell’Agnola, insegnante e scrittore,

contributo tratto da “Corriere del Ticino”, giovedì 6 ottobre 2011

La scuola, in particolare quella che deve ospitare tutti, indistintamente e pubblicamente, è quasi allegoria della società, perché ciò che entra nelle aule ogni giorno, sottintende la dimensione esterna alle mura, con il proprio brulicare di contraddizioni, difficoltà, fatiche e allegrie, solitudini e relazioni, miscele culturali. Ciò che accade nella realtà, fuori dalle mura, lo possiamo rintracciare dentro le aule. Un docente impegnato nel settore secondario incontra tutte le settimane, mediamente, credo un centinaio di allievi (dipende dalla materia insegnata: a volte gli studenti sono 200): a memoria, il mio collega conta dieci svizzeri, venti serbi, otto bosniaci, tre turchi, quattro portoghesi, trenta italiani, sei kosovari, un senegalese, due colombiani…
La paura del diverso è aumentata? Pare di sì. Dicono sia a causa dell’inevitabile prodotto della globalizzazione: l’incertezza. La gente infatti è impaurita di fronte alle incognite legate al lavoro, al proprio benessere. È dunque sempre più complesso difendere il rispetto per l’altro e delle regole, in un contesto in cui siamo molto concentrati su noi stessi. Allo stesso modo dovrebbe risultare difficile lavorare ad esempio contro il razzismo e la discriminazione con gli studenti, influenzati dalle famiglie, dalla cronaca, dai timori indotti dalla necessità di cercare equilibri e sicurezze.

Di fronte a tale caos, la scuola deve saper costruire in modo critico, argomentare senza il timore di marciare “contro corrente”, educando alla fatica, trasmettendo un sapere ordinato, cercando sequenzialità e strutture, confrontandosi e a volte scontrandosi con il mondo là fuori, che è sempre più incostante, frantumato e leggibile attraverso immagini velocemente associate. È la nostra epoca.

Una buona rete educativa, oggi, sa trasmettere il sapere ed educa al rispetto dell’altro e della cosa comune (fatto non sempre scontato tra noi gli adulti). Ci pare un compito difficile, ma non possiamo permettere che diventi utopico, poiché la scuola è innanzitutto uno spazio di convivenza, un luogo realmente significativo, che ha un valore simbolico portante.

Per convincere che il rispetto reciproco tra le persone e le regole condivise, sono fondamentali nelle società, bisogna portare chi sta crescendo, anche a diretto contatto con l’esperienza, quella, ad esempio, di una gioventù che dibatte. Imparare ad argomentare, capire da dove deriva un pensiero politico, dibattere e “stare nel conflitto”, sapendolo gestire con gli strumenti del sapere e anche con le emozioni, è fondamentale. E leggere Calvino, Benni, Anne Frank, significa trasmettere il senso di una scrittura che valga come impegno civile e rilettura del mondo (oggi l’intrattenimento a volte spazza via dalla scena questo impegno).

Dobbiamo ancora credere che la scuola sia un luogo davvero privilegiato per realizzare. Ci vuole coraggio e lucidità intellettuale. Sono anche convinto che quanto si fa di buono nella scuola debba essere comunicato verso l’esterno. Infine, fuori dalle mura dobbiamo godere di un sostegno: da parte delle famiglie, da parte della politica, da parte di un sistema formato anche da individui illuminati e lungimiranti che guidino il Paese. Tempo fa un professore universitario mi disse che la generazione prima della sua aveva conosciuto la fame. Quelli come lui, professore immigrato, la fame no, ma aveva invece conosciuto la fatica. Di emergere. Di riemergere. Di progredire. Non dimentichiamocelo.

Daniele Dell’Agnola, scrittore, insegnante

REPORTER di Nicola Pini

 

Biasca, 11 ottobre 2011

<<Serata particolarmente riuscita, con un folto pubblico accorso dalle Tre Valli, ieri sera, alla Casa Cavalier Pellanda di Biasca, per la presentazione di del libro dello storico Nicola Pini, Reporter (Ulivo, Balerna 2011), fresco di stampa. I giornalisti Enrico Diener (capo redattore del “Dovere”),  Willy Baggi (braccio destro di Manfrini all’epoca di “Reporter”) e lo scrittore Daniele Dell’Agnola hanno illustrato dapprima l’importanza della trasmissione Reporter, con allusioni anche alla realtà ticinese odierna e riferimenti ai grandi cambiamenti tecnologici e nella potenzialità comunicativa degli ultimi 35 anni. In seguito si è dato spazio alla memoria storica del giornalismo cartaceo e ad episodi puntuali, testimoniati dal giornalista Willy Baggi. Non è mancato il dibattito con Pini ad intervenire sulla definizione attribuita alla trasmissione: anticonformista. Reporter fu criticato ed elogiato, da destra e da sinistra. Dal Giornale del Popolo a Libera Stampa, il Ticino fu molto sensibile nei confronti dei temi trattati tra il 73 e l’84 da Manfrini e colleghi.>>

Nicola Pini, martedì 11 ottobre 2011, Casa Pellanda, Biasca, con il suo libro Reporter. Intervengono Daniele Dell’Agnola, Enrico Diener, Willy Baggi.

recensione di Daniele Dell’Agnola, insegnante, scrittore

Nel libro Reporter (Ulivo, Balerna 2011) lo storico Nicola Pini indaga la vita dell’omonima trasmissione televisiva, inseritasi in maniera incisiva e interessante nel contesto comunicativo e mediatico della Svizzera italiana in un lasso di tempo che copre un decennio (1973 al 1984). Siamo in un’epoca che precede una “crisi generale del modello televisivo europeo, improntato sul monopolio garante del servizio pubblico che, con l’avvento delle TV commerciali, si avvicina drasticamente al modello statunitense, più incentrato sul mercato e la concorrenza.” La politica ticinese, i giornali locali a volte critici e virulenti contro Reporter, le altre realtà europee fanno da sfondo e assumono presenza fondante nel lavoro di Nicola Pini incentrato sui processi che hanno regolato un settore fondamentale della TV: l’informazione, tra cronaca e approfondimento. Reporter fu condotto da Leandro Manfrini e propose temi come massoneria, conflitto israelo palestinese, divorzio, réportages da paesi attanagliati dai totalitarismi e tanto altro. Le critiche arrivarono dalla destra e dalla sinistra politica ticinese.

Malgrado siano cambiati i tempi, gli strumenti a disposizione, la potenzialità comunicativa, l’essere umano è rimasto tale, con le proprie contraddittorie tentazioni proiettate verso il Potere. Aldilà dell’indagine dedicata ad una trasmissione importante come Reporter, specchio di un decennio alle prese con il mondo che cambiava (nell’84 abbiamo il primo Mac, Nicola Pini nasceva, chi lo sta recensendo era già alle elementari), questo libro ci fa riflettere su quanto sia importante, all’interno di un dibattito, garantire, oltre ad un certo equilibrio, una non violenza nell’utilizzo di parole e immagini. Allora questo discorso mi conduce ad un documentario più recente, dedicato a Tiziano Terzani: “La storia ci insegna che non è possibile usare la violenza per risolvere i conflitti”, ci ricorda  il giornalista in Kamikaze della pace, realizzato nel 2002 da Manfrini e Willy Baggi. In questo filmato l’immagine e le parole hanno un altissimo valore educativo. Terzani dice che “bisogna nutrire la politica del superamento della vendetta. Portare sulla scena i contendenti” Ricorda giustamente la tragedia di Eschilo: “Il nostro sbaglio, come occidentali, sta nel fatto che ci sentiamo protagonisti, spettatori, registi, tutto. Non assumiamo il dibattito lasciando davvero spazio alla contesa non violenta, in termini di utilizzo dell’immagine o della forza fisica.”

Terzani è cresciuto con un padre comunista, una madre cattolica e senza TV. Forse stiamo sbagliando qualcosa…

L’immigrazione di massa

di Daniele Dell’Agnola*, tratto da Corriere del Ticino, venerdì 16 settembre 2011.

La destra ticinese e svizzera ha scelto da tempo di evidenziare il problema dell’immigrazione, definita «di massa». Gli slogan, visibili ovunque, manifestano un disappunto generico indirizzato a persone «non svizzere». Nella stessa poltiglia uniforme si inglobano gli asilanti, i clandestini, i frontalieri, gli stranieri residenti, immagino pure i nomadi che nessuno ospiterebbe nel proprio giardino, parcheggio, salotto.
Mi chiedo se in questa massiccia idea di migranti/passanti sia concesso contemplare anche i turisti in coda come Paperini sfigati: li vorremmo ospitare in Ticino a spendere bene i propri soldi, ma senza il tornaconto delle automobili, del traffico, delle code. Con una bacchetta magica è possibile.
Siamo certi di un fatto: le squadre leghiste e democentriste hanno saputo convincere, riducendo un problema complesso ad una semplice trovata pubblicitaria. Siamo assuefatti. Così si vendono cicche, giornaletti, cervelat, libri e entrecôtes con miss bistecca in costume (e se gli stessi cartelloni fossero stampati all’estero?). Non vogliamo sorprenderci.
Ma a stupirmi impreparato è la domanda di un amico: secondo te dov’è finita la destra economica? Per capirci qualcosa, riprendo il pensiero di un liberista che si esprime proprio sul tema del «diverso», dell’estraneo. Nel libro I sette peccati del capitale di Tito Tettamanti (Sperling&Kupfer, Milano 2002) trovo una citazione tratta dal «Tages Anzeiger» del 1996 e recuperata da Paolo Pamini, nella nota critica ad un capitolo del libro. Sono parole scritte dal professor Bruno S. Frey: «Il mercato costringe i partecipanti all’auto responsabilizzazione […]. La concorrenza punisce la discriminazione, dato che chi esclude sistematicamente persone in base al colore della loro pelle si fa superare da quei concorrenti che utilizzano il potenziale di tutte le persone» (p.138). Quando si chiede al candidato Sergio Morisoli il motivo per cui si è schierato con Lega/UDC, lui risponde che nel PLR non si sentiva sostenuto. Ora, sarebbe meraviglioso capire se Morisoli sosterrebbe l’argomentazione a favore del libero mercato del professor Bruno S. Frey.
Sfrutto un altro capitolo tratto dallo stesso libro, dedicato al rapporto che l’uomo intrattiene o non intrattiene con l’ambiente, recuperando un’analisi di Tettamanti: «È la curiosità che ha spinto ricercatori, scienziati, esploratori, navigatori, imprenditori e avventurieri ad andare oltre, a guardare dietro l’angolo, ad assumere (spesso inconsciamente e non necessariamente per nobili motivi) anche rischi significativi». (p. 55). Mi permetto di aggiungere, agli esploratori del sapere, quelli del creativo, dell’artistico, che a volte guardano oltre con coraggio e, se sono onesti intellettualmente, consegnano all’umanità ricchezza di pensiero correndo il rischio di mettersi in gioco con le parole.
L’imprenditore luganese scrive: «Non ci si deve stupire, quindi, se all’interno di una società sono i più timorosi e pessimisti […] coloro che sono maggiormente inclini a vedere nel nuovo l’emergere di possibili pericoli, la rottura di equilibri rassicuranti, perfino l’insorgere di catastrofi». Nel brano citato si cerca di abbattere le tesi catastrofiste dei verdi, ma il testo è del 2002 e forse alcune pagine dei Sette peccati del capitale sarebbero da aggiornare, perché ricerca scientifica e attualità hanno purtroppo dimostrato l’attendibilità di certi allarmi. Oggi esiste un libero mercato sempre più interessante (anche in termini di voti) legato alle energie rinnovabili. Nel testo di Tito Tettamanti è tuttavia utile cogliere alcuni principi liberisti per accorgersi che la destra liberale, davvero liberista, che qualche mese fa pareva dovesse essere cavalcata da Morisoli, in verità non è più rappresentata come un tempo.
Anzi, molti di quei liberali hanno virato in direzione di una destra conservatrice e spaventata da ciò che viene dall’esterno, perché tende ad escludere sistematicamente, cercando equilibri rassicuranti.
Per avere un senso, a volte cerchiamo un nemico su cui fare leva. Cancella il nemico, e tu sparisci come il senso. Se non avessimo un problema con i frontalieri e se non fossimo confrontati con un mondo globalizzato che si muove sempre più miscelato, multiculturale, Lega e UDC non avrebbero senso di esistere. È uno spettacolo e c’è un canovaccio da seguire.
Io non condivido le tesi di Tito Tettamanti, eppure mi è parso onesto, voler ripescare un po’ di sostanza dai famosi nemici dello Stato per capirci qualcosa. Mi viene da pensare: e se Tettamanti sostenesse Lega/UDC? Bah, io, come «radical chic» ormai ridotto alla minoranza, fingerei onestamente di non capirci più niente…
* docente e scrittore

ex arsenale, Biasca, richiesta di uno spazio…

Biasca, 25 agosto 2011

Cari membri dell’esecutivo,

gli spazi dell’ex arsenale militare hanno fatto discutere in modo animato i politici biaschesi e i cittadini. È diventato oggetto di conflitto e si è tradotto in parecchio inchiostro, soprattutto sui media cartacei. Il risultato di questa contesa è una sorta di dormiveglia: l’ex arsenale è un luogo che sta diventando un “non luogo”.
Sappiamo che una comunità pacifica è, idealmente, quella che sa “stare” nel conflitto, cercando di gestirlo in modo costruttivo. Per questo motivo inoltro una richiesta per l’utilizzo, a titolo temporaneo e sperimentale (Primavera – Autunno 2012), di uno spazio all’interno della struttura nel quale si possano allestire degli spettacoli teatrali. In particolare, le iniziative sono tre. Formulo la  richiesta in veste di autore, insegnante, presidente del Circolo Cultura Biasca.

1)
Nel sito internet http://ciaoraga.wordpress.com è descritto il progetto artistico Fiordaliso, iniziato nel 2009. Si tratta di un romanzo che sarà pubblicato in autunno 2012, di un lavoro musicale e di un percorso teatrale con adolescenti, che attualmente sta toccando la terza tappa. La mia idea è di utilizzare uno spazio per le prove con i ragazzi (sono sedicenni e diciassettenni ex allievi delle medie, interessati a continuare un’esperienza teatrale con me) e di mettere in scena l’anteprima dello spettacolo a settembre 2012, quando uscirà il romanzo.

2)
Il Circolo cultura Biasca, con la stretta collaborazione di Bibliomedia, pianifica da 6 anni una rassegna denominata TEMI (Teatro, Editoria e letteratura, Musica, Immagini). Ogni stagione prevede un tema. Nel 2012 abbiamo pensato a TEMI CONFLITTUALI. Oltre agli eventi che stiamo pensando con Bibliomedia, vogliamo invitare una compagnia di Varese che metta in scena “Romeo e Giulietta”. È un esperimento che proporrei all’ex arsenale. Immagino tra maggio e settembre. Una serata sul tema del conflitto, in un luogo che si chiamava Arsenale e che ha determinato una contesa politica e giuridica…

3)

Nel contempo, le scuole medie di Giornico e di Ambrì, a partire da gennaio 2011, hanno iniziato a collaborare per pianificare un lavoro interdisciplinare (didattico e pedagogico) dedicato ad un argomento molto attuale. A giugno ci sarà anche una rappresentazione teatrale con i ragazzi delle due sedi, con una pièce originale. In questo caso, con una certa dose di coraggio… ci piacerebbe portare questo lavoro a Biasca (10-15 giugno, una sera.)

Sono fatti concreti, sono percorsi sui quali si scommette (lavorando con giovani a volte fragili) come adulti e come educatori, cercando di essere persone responsabili che vogliono sensibilizzare anche i ragazzi, nel rispetto del nostro territorio. Questa richiesta, concreta, contiene a mio avviso un valore simbolico.

Cordiali saluti,
Daniele Dell’Agnola

insegnare ad amare la vita

di Daniele Dell’Agnola

tratto dal settimanale “Il caffé”, 14 agosto 2011

Il mio prof di mate era una pertica e aveva le mani grandi. Riproduceva l’asse delle X, delle Y, delle Z con pollice, indice e medio, ruotando nell’aria i punti di riferimento per farci capire il calcolo vettoriale. Gli piaceva insegnare e nei fine settimana ci invitava a condividere la sua passione per la montagna. Una volta ottenni il voto 6: era il mese di marzo. Seconda liceo. Il resto fu una lotta sull’orlo di un precipizio. Il tempo per amare quella materia (e la montagna) era insufficiente e io avevo le mani piccole. Ricordo però l’autorevolezza di quel personaggio, anche se a 17 anni sentivo il bisogno di evadere dal Ticino per conoscere un ambiente diverso. C’era l’amore, c’erano le domande sul proprio futuro, condizionate dal bisogno di diventare… riconosciuti socialmente.
Durante la preparazione agli esami di maturità scoprii la letteratura. La curiosità sbocciava come una reazione a catena. Leggevo e scrivevo. Eravamo nella seconda metà degli anni Novanta. La passai liscia. La mia maturità non è un foglio da appendere al muro. Non smisi mai più di leggere, scrivere, sentirmi libero e creativo. Fu un momento di passaggio. Non so chi e cosa ringraziare.
Il mio non è un caso significativo, infatti ognuno di noi può vantare una storia unica, di successi o insuccessi scolastici. Tutti ci sentiamo un poco legittimati a parlare di scuola, infatti gli anni trascorsi tra i banchi raccontano sberle, scontri e incontri, fughe e noia, amori e docenti di tutte le razze. Quando però si passa dall’altra parte (prof dalle mani piccole che sfoglia un libro di fronte a quarantotto occhi) allora il punto di vista viene stravolto: “Ma come scrivono?”; “Quello è appena arrivato dal Kosovo”; “Noi non eravamo mica così”; “La tecnologia… diventano imbecilli”; “La scuola è fallita come sistema”; “Tagliano nella scuola, poi si lamentano del disagio giovanile, dell’analfabetismo”.
Intanto, ecco qualche scampolo di frase. Dal corridoio: “Scusi soressa… io… con il mio ragazzo… non potrebbe andare lei in farmacia?”; “Le volevo dire che M. si taglia nelle braccia, ma io non le ho detto niente ok?”. In aula: “Allora ragazzi, oggi si continua con Agilulfo e Gurdulù e poi parliamo di ciò che esiste e ciò che non esiste”. “No, dai prof, Calvino no… ci parli del suo libro, così passa il tempo…”. Mentre sotto il banco parte un sms: “6 (sei) 1 (un) <3 (cuoricino) ;-) (sorriso con occhiolino)”.
Complessa, perché riproduce giorno dopo giorno l’intera società, insieme di individui unici con bisogni, capacità, biografie e appartenenze diverse, la scuola dovrebbe rimanere fucina critica, direi controcorrente rispetto alla mediocrità che la circonda. Per educare cittadini che amino la vita, qualunque sia il modo per manifestarla.